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Bohren & Der Club Of Gore al Monk di Roma

Testo: Fabio Babini
Foto: Lorenzo Gobbi

Il Monk di Roma, un angolo dimenticato della città dove la musica si fa pregare e il pubblico si lascia avvolgere dal buio e dall’ombra, è stato il palcoscenico di un incontro tanto raro quanto straordinario. I Bohren & Der Club Of Gore, band enigmatica e affascinante, sono riusciti a trasportare il pubblico in un’altra dimensione, un luogo in cui la musica è più di un semplice suono: è una finestra che si apre su paesaggi oscuri e silenziosi, un cammino che si snoda sotto la pioggia incessante di una città che non esiste, ma che possiamo tutti immaginare.

Con i primi, delicatissimi tocchi di sax e xilofofo, il Monk si trasforma. Basta poco: un accenno di melodia che si insinua nell’aria, e l’atmosfera cambia immediatamente, come se un potere invisibile avesse trasportato il pubblico dentro la famosa “Roadhouse” di Twin Peaks, quel luogo intriso di mistero, sospeso tra il reale e l’irreale. I suoni, lenti e percussivi, si avvolgono in una nebbia sonora che stordisce i sensi e apre la porta su mondi paralleli. La sensazione è quella di trovarsi in una scena rubata a un film di David Lynch, dove ogni nota è un sussurro inquietante, e ogni respiro nel pubblico diventa un eco di un tempo che non si ferma mai.

A un certo punto, il sax di Christoph Clöser, uno degli architetti di questo viaggio sonoro, sembra parlarti direttamente. La sua voce timida, umana eppure distante, si staglia sopra le ombre, regalando a ciascun pezzo una forma liquida e sfuggente. Ogni brano sembra nascere dal cuore di una notte senza fine, da un bar fumoso, sospeso tra la periferia e l’oscurità, in una zona che potrebbe appartenere tanto a una metropoli americana quanto a un paesaggio desolato di Dunwich, come se lo spettro di Angelo Badalamenti si fosse manifestato per portare in dote dei languori Jazz anni ’50, che non tradisce mai la sua natura languida e sinuosa, si fonde con l’elettronica più rarefatta, creando un’atmosfera da cui è difficile staccarsi.

Ogni passo che compie il gruppo, ogni battito del basso che si fa strada come un battito cardiaco oscuro, diventa parte di una trama complessa e ipnotica. Il concerto dei Bohren & Der Club Of Gore non è solo un’esperienza musicale, ma una vera e propria immersione in un flusso di coscienza che satura l’anima, un film senza immagini dove ogni spettatore si fa regista del proprio incubo. I loro pezzi si evolvono lentamente, come sabbie mobili che ti trattengono, quasi senza che tu te ne accorga, e ogni pausa è un respiro, un attimo sospeso in cui tutto sembra potersi fermare, ma allo stesso tempo non accade mai nulla di definitivo.

L’autoironia teutonica che permea il concerto – nonostante l’intensità e la serietà della musica – è un altro ingrediente fondamentale. Ogni brano, infatti, viene presentato da Christoph Clöser con una sorta di calma serafica che sfiora il paradosso. Le sue parole, semplici ma affilate, introducono ogni pezzo come se si trattasse di un gioco, ma con la consapevolezza che il gioco stesso è il riflesso di qualcosa di più profondo e inafferrabile nonsense: “Grazie, di solito suoniamo meglio, ma oggi abbiamo una tastiera che abbiamo preso a nolo ad Albano”, esclama con timbrica plumbea, mentre la “voce” del suo sax tenore non cerca mai di sedurre, ma piuttosto di invogliare a scoprire, a guardare oltre la superficie del suono, a farsi trasportare da quel flusso malinconico che l’ha sempre contraddistinto.

Ogni tanto, tra un pezzo e l’altro, la luce del Monk sembra farsi più intensa, ma mai del tutto: è come se il locale fosse un po’ fuori dal tempo, sospeso tra la realtà e un’altra dimensione, quella dove il jazz incontra il thriller psicologico e il noir cinematografico si tinge di molteplici sfumature, tanto che le loro partiture potrebbero fungere da soundtrack tanto per un film raffinato di Samuel Fuller quanto di un film di una pellicola di serie Z di Renato Polselli. La musica dei Bohren & Der Club Of Gore è sempre stata descritta come una forma di “doom jazz“, un’etichetta che a stento riesce a cogliere la profondità della loro arte minimale ma in divenire. Ma al Monk, quella definizione diventa meno importante, perché qui l’immersione nell’oscurità diventa totale, e la musica non è altro che la colonna sonora di un sogno inquietante e affascinante, che durante il concerto trova forse la sua massima esposizione nel loro manifesto di oscurità assoluta qual è ‘Maximum Black’

Eppure, nonostante la pesantezza dell’atmosfera, c’è qualcosa di lieve, di quasi impercettibile, che attraversa ogni nota. È un’inquietudine pacata, un malessere che non si manifesta mai in maniera violenta, ma che si insinua sotto pelle, lasciando il segno anche dopo l’ultima nota. E quando, alla fine, il concerto giunge al termine, la sensazione che rimane è quella di un mondo che è stato mostrato, ma che non può essere afferrato del tutto. È un mondo che si fa strada solo attraverso il suono, che ci sfiora e ci abbraccia senza mai veramente appartenere a noi.

Il Monk, al termine del concerto, non è più lo stesso. La magia e il mistero dei Bohren & Der Club Of Gore hanno trasformato questo piccolo angolo della capitale in un frammento di un film che potrebbe benissimo durare all’infinito. E mentre i fari si spengono e il pubblico lentamente si disperde, l’eco delle loro note continua a risuonare, silenziosa ma persistente, in ogni angolo di Roma. Perché, come dimostra la musica della band teutonica, a volte basta poco: un sax, un xilofofo, e l’illusione di vivere un sogno che non finirà mai. 

Riservate una suite all’hotel Fulci, benvenuti nel club…

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